Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/494

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più osare di trattare a quel modo gl’interessi altrui. Non credevo più nel giuoco di Borsa o almeno mi mancava la fiducia che il mio «succhiellare» potesse regolarne l’andamento. Dovevo liquidare perciò subito, ben contento che fosse andata così.

Non ripetei ad Augusta le parole di Ada. Perchè avrei dovuto affliggerla? Ma quelle parole, anche perchè non le riferii ad alcuno, restarono a martellarmi l’orecchio, e m’accompagnarono per lunghi anni. Risuonano tuttavia nell’anima mia. Tante volte ancora oggidì le analizzo. Io non posso dire di aver amato Guido, ma ciò solo perchè era stato uno strano uomo. Ma gli stetti accanto fraternamente e lo assistetti come seppi. Il rimprovero di Ada, non lo merito.

Con lei non mi trovai mai più da solo. Essa non sentì il bisogno di dirmi altro nè io osai esigere una spiegazione, forse per non rinnovarle il dolore.

In Borsa la cosa finì come avevo previsto e il padre di Guido, dopo che col primo dispaccio gli era stato avvisata la perdita di tutta la sua sostanza, ebbe certamente piacere di ritrovarne la metà intatta. Opera mia di cui non seppi godere come m’ero atteso.

Ada mi trattò affettuosamente tutto il tempo fino alla sua partenza per Buenos Aires ove coi suoi bambini andò a raggiungere la famiglia del marito. Amava di ritrovarsi con me ed Augusta. Io talvolta volli figurarmi che tutto quel suo discorso fosse stato dovuto ad uno scoppio di dolore addirittura pazzesco e ch’essa neppure lo ricordasse. Ma poi una volta che si riparlò in nostra presenza di Guido, essa ripetè e confermò in due parole tutto quello che quel giorno essa m’aveva detto: