Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/52

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quel momento; ma riteneva di poter attaccarlo mitemente di fianco come conveniva ad un malato. Ricordo che quando parlò, il suo respiro mozzava e ritardava la sua parola. È una grande fatica prepararsi ad un combattimento. Ma pensavo ch’egli non si sarebbe rassegnato di coricarsi senza darmi il fatto mio e mi preparai a discussioni che poi non vennero.

— Io — disse, sempre guardando il suo mozzicone di sigaro oramai spento, — sento come la mia esperienza e la scienza mia della vita sono grandi. Non si vivono inutilmente tanti anni. Io so molte cose e purtroppo non so insegnartele tutte come vorrei. Oh, quanto lo vorrei! Vedo dentro nelle cose, e anche vedo quello ch’è giusto e vero e anche quello che non lo è.

Non c’era da discutere. Borbottai poco convinto e sempre mangiando:

Si! Papà!

Non volevo offenderlo.

— Peccato che sei venuto tanto tardi. Prima ero meno stanco e avrei saputo dirti molte cose.

Pensai che volesse ancora seccarmi perchè ero venuto tardi e gli proposi di lasciare quella discussione per il giorno dopo.

— Non si tratta di una discussione — rispose egli trasognato — ma di tutt’altra cosa. Una cosa che non si può discutere e che saprai anche tu non appena te l’avrò detta. Ma il difficile è dirla!

Qui ebbi un dubbio:

— Non ti senti bene?

— Non posso dire di star male, ma sono molto stanco e vado subito a dormire.

Suonò il campanello e nello stesso tempo chiamò

SVEVO — La coscienza di Zeno — 4