Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/53

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Maria con la voce. Quand’essa venne, egli domandò se nella sua stanza tutto era pronto. S’avviò poi subito strascicando le ciabatte al suolo. Giunto accanto a me, chinò la testa per offrirmi la sua guancia al bacio di ogni sera.

Vedendolo moversi così malsicuro, ebbi di nuovo il dubbio che stesse male e glielo domandai. Ripetemmo ambedue più volte le stesse parole ed egli mi confermò ch’era stanco ma non malato. Poi soggiunse:

— Adesso penserò alle parole che ti dirò domani. Vedrai come ti convinceranno.

— Papà — dichiarai io commosso — ti sentirò volentieri.

Vedendomi tanto disposto a sottomettermi alla sua esperienza, egli esitò di lasciarmi: bisogna pur approfittare di un momento tanto favorevole! Si passò la mano sulla fronte e sedette sulla sedia sulla quale s’era appoggiato per porgermi la sua guancia al bacio. Ansava leggermente.

— Curioso! — disse — Non so dirti nulla, proprio nulla.

Guardò intorno a sè come se avesse cercato di fuori quello che nel suo interno non arrivava ad afferrare.

— Eppure so tante cose, anzi tutte le cose io so. Dev’essere l’effetto della mia grande esperienza.

Non soffriva tanto di non saper esprimersi perchè sorrise alla propria forza, alla propria grandezza.

Io non so perchè non abbia chiamato subito il dottore. Invece debbo confessarlo con dolore e rimorso: considerai le parole di mio padre come dettate da una presunzione ch’io credevo di aver più volte constatata in lui. Non poteva però sfuggirmi l’evidenza della