Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/66

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nuì. Si trattava di provare al malato la camicia di forza. Trassero quell’ordigno dalla valigia e alzarono mio padre obbligandolo a star seduto sul letto. Allora l’ammalato aperse gli occhi: erano foschi, non ancora aperti alla luce. Io singhiozzai ancora, temendo che subito guardassero e vedessero tutto. Invece, quando la testa dell’ammalato ritornò sul guanciale, quegli occhi si rinchiusero, come quelli di certe bambole.

Il dottore trionfò:

— È tutt’altra cosa; — mormorò.

Sì: era tutt’altra cosa! Per me nient’altro che una grave minaccia. Con fervore baciai mio padre sulla fronte e nel pensiero gli augurai:

— Oh, dormi! Dormi fino ad arrivare al sonno eterno!

Ed è così che augurai a mio padre la morte, ma il dottore non l’indovinò perchè mi disse bonariamente:

— Anche a lei fa piacere, ora, di vederlo ritornare in sè!

Quando il dottore partì, l’alba era spuntata. Un’alba fosca, esitante. Il vento che soffiava ancora a raffiche, mi parve meno violento, benchè sollevasse tuttavia la neve ghiacciata.

Accompagnai il dottore in giardino. Esageravo gli atti di cortesia perchè non indovinasse il mio livore. La mia faccia significava solo considerazione e rispetto. Mi concessi una smorfia di disgusto, che mi sollevò dallo sforzo, solo quando lo vidi allontanare per il viottolo che conduceva all’uscita della villa. Piccolo e nero in mezzo alla neve, barcollava e si fermava ad ogni raffica per poter resistere meglio. Non mi bastò quella smorfia e sentii il bisogno di altri atti violenti,