Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/70

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per un certo tempo dimenticò la propria domanda. Andò a sedersi su una poltrona accanto alla finestra e vi si stese cercando sollievo. Quando mi vide, sorrise e mi domandò:

— Hai dormito?

Non credo che la mia risposta lo raggiungesse. Non era quella la coscienza ch’io avevo tanto temuto. Quando si muore si ha ben altro da fare che di pensare alla morte. Tutto il suo organismo era dedicato alla respirazione. E invece di starmi a sentire egli gridò di nuovo a Carlo:

— Apri!

Non aveva riposo. Lasciava la poltrona per mettersi in piedi. Poi con grande fatica e con l’aiuto dell’infermiere si coricava sul letto adagiandovisi prima per un attimo sul fianco sinistro eppoi subito sul fianco destro su cui sapeva resistere per qualche minuto. Invocava di nuovo l’aiuto dell’infermiere per rimettersi in piedi e finiva col ritornare alla poltrona ove restava talvolta più a lungo.

Quel giorno, passando dal letto alla poltrona, si fermò dinanzi allo specchio e, rimirandovisi, mormorò:

— Sembro un Messicano!

Io penso che fosse per togliersi all’orrenda monotonia di quella corsa dal letto alla poltrona ch’egli quel giorno abbia tentato di fumare. Arrivò a riempire la bocca di una sola fumata che subito soffiò via affannato.

Carlo m’aveva chiamato per farmi assistere ad un istante di chiara coscienza nell’ammalato:

— Sono dunque gravemente ammalato? — aveva domandato con angoscia. Tanta coscienza non ritornò più. Invece poco dopo ebbe un istante di delirio. Si levò