Pagina:Tarchetti - Paolina, 1875.djvu/136

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mia ostinatissima persecutrice? diss’egli allora, allumando una lampada. Quel riso, quelle parole agghiacciarono il sangue della fanciulla, esse dicevano tutto, e appena la lampada fu accesa s’avvide di trovarsi in una sala molto ampia, le cui uscite erano tutte chiuse. Il marchese aprì un uscio vicino, da cui si scorgeva una lunga fila di camere riscaldate da un fuoco divampante, accennò a Paolina di entrare, e precedendola, e togliendosi la maschera e il cappuccio, si gettò sguaiatamente sopra un divano dicendo: «finalmente questa commedia è compiuta. Venite, Paolina, sedetevi sulle mie ginocchia, procuriamo di essere buoni amici, tutto sta in voi; potremo passar qui alcune ore deliziose, perché voi non ne uscirete fino a domani,» e sorridendo, e ponendo un ginocchio sull’altro, e distendendosi sul divano, si pose ad osservare con quel suo occhio fisso, asciutto ed opaco l’effetto di quelle parole sul volto della fanciulla.

Paolina non aveva potuto articolare un accento, pareva che non vi fosse più in lei indizio alcuno di vita: un inganno così mostruoso era tanto superiore alla massima idea di malvagità che essa aveva potuto supporre negli uomini, che lo stupore eccedeva il dolore stesso; dopo quella rivelazione, non poteva sperare alcuna pietà da quell’uomo; inginocchiarsi, pregarlo, commuoverlo, resistere anche, invocare soccorso, tutto era inutile; essa previde tutto e conobbe che non vi era speranza di salvezza.

Oh orribile, orribile! disse la fanciulla con un abbandono disperato, e coprendosi il viso colle mani proruppe in uno scoppio di lacrime.