Pagina:Tarchetti - Paolina, 1875.djvu/52

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l’ignoranza di quei raggiri degli uomini, da cui ebbero origine tutte le mie sventure.

«Il primo raggio di sole che s’innalzasse dietro quella piccola catena addentellata di monti, mi trovava seduta sopra il margine d’una rupe, sotto la quale si inabbissava il torrente, a contemplarvi le iridi, che s’incrociavano, sparivano, tornavano ad incrociarsi su quelle onde come una ridda fantastica. Di là ammirava quei gran massi di nebbie che erravano per la valle, e che talora, collocandosi sotto di me, parevano separarmi dal mondo. Io volgeva intorno lo sguardo, e non rinveniva più il mio villaggio, nè la mia casa: solo al mio fianco alcune zolle fiorite, di sotto un oceano errante, di sopra un cielo azzurro, lieto, infinito, ridente, e sospesa sul mio capo, lontana, lontana, appena visibile, colle ali aperte, e fissa in un raggio di sole, unica creatura animata che si scorgesse in quella vasta solitudine, una mattolina gorgheggiava la sua canzone del mattino, ripetuta da tutti gli echi della valle. Chiunque tu sia che leggerai queste pagine, o mio figlio, vedrai qui le traccie di quelle lacrime che questa rimembranza mi ha fatto versare sul mio letto di morte.... Sì, io era pura ed ingenua, e quando trassi un giudizio su di me dal confronto degli uomini che conobbi nei grandi centri della società, io vidi che quantunque attaccata alla terra, mi era librata sempre verso il cielo, e che ci era un abisso di separazione tra la mia anima e quelle delle altre creature.

«Io non credeva che il cuore potesse simulare dei sen-