Pagina:Tarchetti - Paolina, 1875.djvu/53

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paolina. 53


timenti non sentiti, non credeva che gli uomini mi avrebbero osteggiata essi stessi quella felicità che mi veniva tutta dalla natura: io aveva appreso ad amarli; vedeva in essi degli amici che mi porgevano una mano soccorrevole; e perchè dubitare che mi avrebbero respinta coll’altra? Speranze, inganni, fiducia, fiori, profumi, amore, amore generoso e universale; così, e non altrimenti, si affaccia la vita a quindici anni.

«Mio padre era medico del villaggio; spesso, tornando da una passeggiata su per l’erta del monte io lo discerneva in fondo d’una valle, sul suo vecchio cavallo pomellato, al principio d’un sentiero, che si distendeva serpeggiando d’innanzi a lui, in mezzo al verde del prato, come un nastro bianco ondoleggiante, avviarsi al paesetto vicino, o alla capanna di qualche colono malato. Io gli rimaneva, sola di tutta, la famiglia, e non è a dirsi quanto mi amasse: sulle sue ginocchia aveva imparato a balbutire, a compitare, a leggere, ad esprimere con chiarezza e con ordine i miei pensieri, ad ascoltare la lettura di alcune pagine del buon Lafontaine, i suoi consigli paterni, le pietose tradizioni della famiglia, le novelle d’un mondo che mi era sconosciuto; e quante volte gli chiesi di valicare quei monti che mi contendevano di conoscerlo; va, va, Annuccia, mi diceva con aspetto conturbato, ponendomi a terra — va a coltivare i tuoi fiori, e a sentire a cantare i tuoi uccelli; non t’incresca questa ignoranza, che ti rende felice, e non affrettare il momento di dissiparla.