Pagina:Tarchetti - Paolina, 1875.djvu/54

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54 paolina.


«In una sera d’autunno (aveva allora diciassette anni), dopo aver raccolte molte delle viole che fioriscono in quella stagione e paiono di triste presagio, stava riposandomi seduta su quella rupe, e contemplava di sotto il torrente che travolgeva le buccie spinose delle castagne, quando odo, dietro di me, lo sparo di un fucile, e nello stesso istante mi cade ai piedi un uccello ferito: io innalzo un grido di stupore, raccolgo quel poveretto, ed oh! quanto era bello! aveva le ali bianche e turchine, la testa d’un azzurro cangiante, le gambe color di rosa, se non che una di esse era spezzata, e gli bruttava le piume di sangue; il suo piccolo cuore batteva così accelerato che era impossibile numerarne le pulsazioni, e mentre lo accarezzo e tento di acquietarlo, odo una voce sconosciuta che dice: vediamo.... in questi luoghi.... è dessa un genio o una donna? innalzo gli occhi, e.... non era già un cacciatore del mio villaggio, ma un giovane straniero, avvenente, alto della persona, vestito d’un costume sconosciuto, quale non aveva veduto mai, che nelle vignette de’ miei romanzi — Ecco, gli dico, il vostro uccello; e raccogliendo in fretta le mie viole tento di allontanarmi. Egli mi trattiene ed esclama: — fermatevi, ve ne prego, vi faccio io forse paura? — È tardi, replico io, e devo tornare presso mio padre. — Vi farò dunque compagnia. —

«Io era docile e paurosa, nè ebbi animo di oppormi. Camminiamo per un tratto silenziosi. Finalmente egli si arresta, mi guarda con espressione di stupore, e mi dice come chi sente rossore d’una sua debolezza: — Ma non