Pagina:Tarchetti - Paolina, 1875.djvu/77

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paolina. 77


diamo le brionie e il sambuco ornarsi ancora delle loro gemme: pare che la natura tratta in inganno si accinga a richiamare la sua stagione favorita, o che nell’istante di morire brami di circondarsi almeno delle sue pompe.

Vi ha lungo quella via, dalla parte che guarda il cimitero del Gentilino, un punto in cui il canale si divide e il prato si china in declivio formando un piccolo seno circondato da salici e da alcuni onizzi quasi secolari: l’acqua vi fa prosperare i ranuncoli e le erbe di palude, ma il prato più in su è tutto verde di serpillo dalle piccole foglie odorose, bene asciutto, e olezzante del profumo della menta.

Colà si arrestarono i nostri giovani e si sedettero in circolo. Nulla di più magnifico di quel gruppo. — Lorenzo Sterne avrebbe potuto descriverlo; per me vi rinuncio, e domando se alcuno di voi non si è mai seduto in un prato con una donna. — È questa una di quelle rimembranze che negli anni più aridi della vita e nei ritiri forzati della città si evocano con maggiore predilezione. Fu un tempo, si ha amato: tutto appariva nuovo e festevole, lo spettacolo della natura inebbriava: una fanciulla seduta al vostro fianco sull’erba, sta pensierosa, sfogliando una margherita, e mormora: mi amate, non mi amate.... mi amate..., oh gioia! e vi porge la sua mano, e vi guarda sorridendo; pare un fiore tra i fiori; poi vi mostra lontano, lontano una nube nera, gigantesca, mostruosa; si avanza, s’ingrossa, incomincia a rumoreggiare il tuono, cadono delle grosse goccie di pioggia... «Vedi!» e ve ne indica una sopra la palma della mano: «fuggiamo, fuggiamo, oh il mio povero cappello nuovo!»