Pagina:Tarchetti - Paolina, 1875.djvu/94

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vegliato lungamente, aveva vaneggiato, si era collocato su d’un fianco, poi sull’altro; parevano spine; finalmente era riuscito ad addormentarsi, nè si svegliò che in sul far del mattino.

I suoi sensi avvezzati a ricevere in quell’ora le medesime impressioni, l’avvertono del mutamento universale avvenuto negli oggetti che lo circondano; il suo orecchio, invece dell’alitare tranquillo della Mineu, ascolta nella camera vicina un respiro irregolare e fragoroso; i suoi occhi, invece delle rose muscate coltivate sulla sua finestra, osservano due inferriate a grosse sbarre, e qua e là, lungo le pareti, quelle striscie d’argento che lasciano le lumache striciando; non è quell’elisio profumo di fiori e di vergine che ferisce il suo odorato, ma un lezzo pesante e intollerabile; egli muta fianco e prova in tutte le membra punture e dolori penosissimi; allora la verità non indugia a palesarsi, e il povero giovine si sente venir meno a quella terribile rivelazione. Per la prima volta nella sua vita egli si conosce più debole della sua fortuna: rammenta la spaventevole punizione minacciatagli dal delegato, l’accusa gravissima di ferimento, Paolina, il suo amore, Marianna; e accosciatosi sul letto prende a gemere e a singhiozzare senza speranza, e quasi senza desiderio di conforto.

Senza desiderio! Noi mostriamo sempre di avere in abborrimento il dolore, e pure non vi ha alcuno tra di noi che non lo abbia qualche volta accarezzato, e non vi abbia rinvenuto qualche cosa di dolce poco dissimile dal piacere. Si potrebbe dire che queste due sensazioni si confondano