Pagina:Tartufari - Roveto ardente, Roma, Roux, 1905.djvu/374

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Tu mi hai dato il necessario sempre, anche il superfluo, e non sarebbe giusto che io mi la mentassi di te.

— Lo confessa! — esclamò Giorgio, esasperato fino al parossismo dalla tranquilla impassibilità di Flora. — Lo confessa, ha persino la spudora tezza di confessarlo! Ma allora, disgraziata, quel danaro come lo hai speso? Ti sei divertita a ta gliuzzare i biglietti di banca? Li hai buttati dalla finestra per distrazione? Almeno parla; che io sappia almeno se tu sei pazza o malvagia.

Flora fu sul punto di narrare la verità; ma una stanchezza indicibile l'aveva vinta. Parlare? A quale scopo? Accusare Renato; accusare Anna Maria? Con quale vantaggio? Preferì chiudersi in un mutismo assoluto. Il viso affilato era così bianco e così rigido da parere una maschera di gesso, effigiata sui lineamenti di un cadavere. Ella attendeva passiva che Giorgio avesse finito, mentre le dita delle mani si contorcevano e si aggrovigliavano nel manicotto, simili a lombrici dentro una buca.

Giorgio lasciò cadérsi sopra una seggiola. Di fronte all'ostinazione di Flora, egli era preso dalla rabbia impotente di chi martelli e rimartelli sopra i battenti di una porta di ferro, dietro cui siasi rifugiato qualcuno, deciso a non rispondere e a non aprire.

Il silenzio era di nuovo assoluto nella stanza, quando Adriana parlò:

— Questa sciagurata figliuola corre verso un precipizio. Bisogna trattenerla. Una settimana fa, venne a chiedermi duecento lire che io le ho dato. Domandale, Giorgio, che cosa ne ha fatto.