Pagina:Teotochi - Opere di Canova.djvu/96

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dell’insania ond’era invasa l’infelice sua mente. Dei figli tuoi, della tua sposa, di te stesso, pietà, gli grida quell’infelice; ma in vano! Un fanciullino tenendo le braccia incrociate, e tutte in sè ristrette le picciole sue membra, avviluppatosi la testa nell’ampia veste della madre, crede, come appunto sogliono i fanciulli, essersi sottratto da quel pericolo che non vede. Un altro si nasconde dietro l’ara di Giove, e con le picciole mani si chiude gli orecchi per non udire le orribili strida di cui è ripiena l’aria che lo circonda. Un terzo con lo spavento negli occhi, quasi perdono chiedendo dell’ignorata sua colpa, gettatosi in ginocchioni presso del padre, gli abbraccia con ambe le mani la coscia destra, e di frenarlo o di raddolcirlo procura. Una giovinetta di età alquanto maggiore, postasi essa pure in ginocchioni, pietade e grazia chiedendo, alza le braccia e la testa disperatamente verso il figliuolo di Giove, tentando pur d’arrestarlo; e dietro ad essa il vecchio Anfitrione con tutto lo sforzo di cui può esser capace la grave età sua, a cui però da forza l’alta disperazione, obliando il proprio pericolo, si slancia precipitosamente incontro ad Ercole, e ponendogli una mano sul petto, e l’altra sulla freccia che sta per partire, tenta d’arrestarne il micidial colpo. Ercole, la di cui presso che intera nudità ci lascia ammirare le più grandiose forme che vedere si possano, e degne in vero dell’Eroe che