Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo I, Classici italiani, 1822, I.djvu/113

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64 parte


In mezzo alle loro superstizioni si vede qualche barlume di buona fisica. XXI. Così si fossero essi nella purezza del culto che a Dio si dee, attenuti più fedelmente alla tradizione de’ primi loro antenati, e a’ libri santissimi di Mosè. Ma in questo punto essi degenerarono bruttamente. Non vi ebbe forse in tutta l’antichità nazione alcuna che nella superstizione andasse tant’oltre. Arnobio giunse a chiamar l’Etruria genitrice e madre di superstizione (l. 7). L’ispezion delle viscere degli animali e l’osservazione de’ fulmini erano la principal loro occupazione. Quindi que’ tanti libri rituali, fulgurali, aruspicini, acherontici, pontificali, reconditi, di cui veggiam fatta menzione dagli antichi autori (V. Maffei della Nazione. etrusca nel t. 4 delle Osserv. lett. p. 56); quindi i favolosi racconti di Bacchide e di Tagete primi inventori, come essi dicevano, dell’arte di prendere augurii; quindi ancora il chiamarsi, che era in uso, de’ toscani aruspici a Roma per le celesti osservazioni, e per altre somiglianti puerilità, dietro a cui pare strano che perduti andassero sì follemente uomini in altre cose avveduti e saggi. Tutto ciò non appartiene a scienza, nè io mi ci debbo perciò trattenere più oltre. Pare veramente che di mezzo a queste superstizioni una fisica opinione prima d’ogni altro proponesser gli Etruschi, che in quest’ultimi tempi molti ha avuti sostenitori e seguaci; cioè che i fulmini vengano ancor di sotterra, e non dal cielo soltanto. Il march. Maffei (ib. p. 73) e il Lampredi (loc. cit. 33) sostengono che così veramente sentissero gli Etruschi, e un passo di Plinio allegano in lor favore: Etruria erumpere terra quoque