Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo I, Classici italiani, 1822, I.djvu/158

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non era ancora a quella luce e a quella perfezione condotta in cui è al presente. Alcuni soli più recenti piacemi di addurne. Il Vossio non dubita di chiamarlo: Divini vir ingenii, qui priorum omnium luminibus obstruxit (De Art. et Scient. Nat. c. 16). Il P. Tacquet lo dice: Apex humanae subtilitatis: totius mathematicae disciplinae absolutio (Historica Narrat. de ortu et progr. Mathes.). Nella Storia dell’Accademia delle scienze egli è chiamato uno de’ più possenti genii che nelle matematiche sieno mai stati (Anno 1709). Il gran Leibnizio finalmente, a cui niuno de’ più profondi matematici non negherà fede, così di lui dice in una lettera a monsig. Huet citata da M. Dutens (t. 2, p. 161). Qui Archimedem intelligit, recentiorum summorum virorurum inventa parcius mirabitur. Le quali brevi parole contengono il maggior elogio che di lui possa farsi. E che tali elogi gli sien dovuti, agevolmente il conosce chiunque o ne esamina i libri che ce ne sono rimasti, o legge ciò che di lui raccontano gli autori che ne hanno scritta la storia. Fra questi meritano singolarmente di esser letti il co. Giammaria Mazzuchelli, di cui abbiamo una bella Vita di Archimede stampata in Brescia l’anno 1737, e il Montucla che le invenzioni e le scoperte di Archimede ha diligentemente esaminate (Hist. des Mathém t. 1, p. 231, ec.). Belle ricerche ancora sopra Archimede avea incominciato M. Melot (Mém. de l’Acad. des Inscript. t.14, p. 128); ma non so per qual ragione non le abbia egli condotte