Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo I, Classici italiani, 1822, I.djvu/258

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libro secondo 209

che si sprezzino, e gettinsi come indegni d’esser conservati.

Non equidem insector, delendaque carmina Livi
Esse reor, memini plagosum quae mihi parvo
Orbilium dictare; sed emendata videri,
Pulcraque, et exactis minimum distantia, miror:

L. 2, ep. 1.


Egli introduce anche in Roma lo studio degli antichi scrittori. V. Benchè a questi tempi non vi avesse in Roma alcuno di que’ precettori che detti furon Gramatici, come poscia vedremo, Livio cominciò nondimeno a dare un saggio, per così dire, di quest’arte. Perciocchè di lui e di Ennio dice Svetonio, che Graece interpretabantur (De Ill. Gramm. c. 1), e che essi e nell’una e nell’altra lingua ammaestravano e in Roma e fuori; parole non troppo facili a intendersi; poichè Svetonio non vuol certo dire che essi fosser gramatici di professione, soggiugnendo subito egli stesso che il primo gramatico fu Cratete di Mallo molti anni dopo. Sembra dunque che così intender si debba, che ad alcuni cittadini bramosi di avanzar negli studi sponessero essi or in greco, or in latino, come quegli bramavano, i migliori autori tra’ Greci, che altri allora non ve n’avea degni d’esser proposti a modello di colto stile. Un altro vanto converrebbe accordar a Livio, se attener ci volessimo all’autorità di Diomede, o, a dir meglio, di alcune edizioni che di questo antico gramatico abbiamo. Epos Latinum, così leggesi nella edizion veneta del 14<)5, e in quella di Giovanni Cesario (l. 3), primus digne scripsit Livius, qui res Romanorum decem et octo complexus est libris, qui et Annales