Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo I, Classici italiani, 1822, I.djvu/329

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280 parte terza

preso a spiegar poetando. Lucrezio il primo ardì di cimentarsi a tale impresa; ed egli stesso se ne dà il vanto, dicendo al principio del quarto libro:

Avia Pieridum peragro loca nullius ante
Trita solo: juvat integros accedere fontes,
Atque haurire, juvatque novos decerpere flores,
Insignemque meo capiti petere inde coronam,
Unde prius nulli velarint tempora Musae.

Così avesse egli trascelto un miglior sistema: ma si appigliò al peggior di tutti in ciò che appartiene a morale, cioè a quel di Epicuro, e quindi negò arditamente e Provvidenza e Dio, e nel piacere ripose tutta l’umana felicità. Il Bayle nondimeno, e dopo lui qualche altro scrittor moderno ne hanno voluto fare l’apologia, e osservano che egregie massime regolatrici del buon costume s’incontrano in questo poema, e che Lucrezio la sola superstizione e il ridicoloso culto di tanti Iddii, quanti ve n’avea al mondo, ha voluto combattere. Ma che giovan le altre massime, se quella si toglie ch’è il fondamento di tutte, la religione? E uno che ogni divinità vuol toglier di mezzo, nè provvidenza alcuna ammette, nè alcuna vita avvenire, si può egli dire che alla sola superstizione dichiari guerra? A me però non appartiene l’entrare in controversie di tal natura, che dallo scopo di quest’opera son troppo aliene. Io osserverò in vece che noi dobbiamo a Lucrezio la tradizione di molte opinioni degli antichi filosofi, delle quali altrimenti non rimarrebbe forse memoria alcuna. E alcune cose ancora noi vi veggiamo felicemente spiegare in quella stessa