Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo I, Classici italiani, 1822, I.djvu/376

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LIBRO TERZO 33^ Moverat ingenium totani cantata per Urbeni Nomine non vero dieta Corinna inibì. L. 4 Trist. el. io. Dunque in età già avanzata pagò egli la pena di quelle poesie oscene che giovane avea composte; e questo basta a farci conoscere che non furono esse la vera, o almen la sola cagione del suo esilio; poichè non avrebbe Augusto indugiato tanto a punirlo. La vera, o certo la principal cagione di esso convien dunque cercarla nel fatto ch’egli oscuramente accenna. Ma qual fallo fu questo? Osserviamo attentamente gli altri passi in cui Ovidio ne parla. XXXIII. Ovidio primieramente ripete l’origine della sua sventura dall’aver voluto troppo innoltrarsi nella famigliarità co’ Grandi; perciocchè scrivendo ad un suo amico lo esorta a tenersene lungi, il che se avesse egli fatto, non sarebbe forse in esilio: Usibus edocto si quidquam credis amico , Vive tibi , et longe nomina magna fuge. Vive tibi, quantumque potes praelustria vita: Saevum praeustri fulmen ab arce venit. Haec ego si monitor monitus prius ipse fuissem, In qua debebam , forsitan Urbe forem. Ib. l. 3 , el. 4. Dice in secondo luogo, che era bensì stato fallo ed errore quello per cui trovavasi in esilio, ma non già delitto , e da quel fallo non avea egli preteso di trarre vantaggio alcuno: Hanc quoque , qua perii, cui pam seelus esse negabis, Si tanti series sit tibi nota mali. Ib. I. 4 , el. 4.