Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo I, Classici italiani, 1822, I.djvu/375

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^26 PARTE TERZA ISain tanti non stitn, renovem ut tua vulnera, Caesars, Quem nimio plus est indoluisse semel. Altera pars suprest , qua turpi carmine lectus Arguor obscoeni doclor aduiterii. !.. i Trixi. Quanto agli osceni versi da lui composti, come è indubitabile che molti pur troppo ei ne compose, onde non vi è forse tra gli antichi poeti il più sozzo e il più disonesto, e come indubitabile è parimenti che fu questo il motivo da Augusto allegato per condannarlo, poichè su questo singolarmente ci fa ad ogni passo le sue doglianze; così ancora pare evidente che questo fosse un apparente pretesto anzi che la vera ragione del suo esilio. Io non penso certo che fosse Augusto tanto sollecito dell’onestà de’ Romani, che solo per versi osceni volesse rilegare Ovidio. Molti altri poeti avrebbe egli dovuto per la ragione medesima cacciar di Roma; anzi se questo ne fosse stato il motivo, avrebbe egli dovuto sopprimere le poesie, anzi che esigliare il poeta; il che però non leggesi eli’ egli facesse; e che nol facesse, cel persuade il vedere che fino a noi esse son pervenute. Ma a che recar conghietture? Ovidio compose i libri d’Amore in età ancor giovanile, e non fu dannato all’esilio che all’età di cinquant’anni, e, come egli si chiama, già vecchio: Ergo qua juveni mihi non nocitura putavi Scripta parum prudens, nunc nocuere seni? L. 2 Trist. E altrove: Carmina cum primum populo juvenilia legi, Barba resecta mihi bisve semelve fuit: