Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo I, Classici italiani, 1822, I.djvu/374

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search


LIBRO TERZO 3a5 opinione. Perciocché quanto a<l Aurelio Vittore che pur ne ragiona nell’Epitome de vita et moribus Imperatorum, questa vuolsi comunemente opera di autor più recente (V. Fabric. Bibl, lat. l. 3, c. 9). Or come venire in chiaro di una cosa di cui non vi ha antico monumento che ci istruisca, anzi di cui pare che siasi usato ogni sforzo per tenerci al buio? Quindi non è maraviglia che i moderni autori dividendosi in varii pareri, qual uno, qual altro motivo abbian recato di questo esilio. Sia lecito a me ancora entrare in questa oscura quistione che troppo bene è connessa coll’argomento di cui io scrivo. Per procedere con chiarezza esaminerò prima i diversi passi in cui Ovidio ce ne favella, perciocchè alcuni di essi non sono stati ancora bene osservati. Mostrerò in secondo luogo, che niuna delle sentenze finor proposte non si può sostenere a confronto de’ passi di Ovidio che avrò allegati. Proporrò per ultimo una opinione che non so che da altri sia stata ancora proposta; non perchè io voglia sostenerla per vera, ma solo per soggettarla all’esame degli eruditi, e perchè essi possano giudicare qual fondamento ella abbia. XXXn. E in primo luogo è certo che due furono le ragioni per cui Augusto il condannò all’esilio, cioè i versi osceni da lui composti, e un fallo da lui commesso, del qual fallo però Ovidio dice di non voler far motto per non rinnovarne il dolore ad Augusto: Perdiderint cum me duo crimina, carmen , et error, Alterius facti culpa silenda luilii;