Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo I, Classici italiani, 1822, I.djvu/373

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32-4 PARTE TERZA sera; dunque nell’anno 760 veramente in cui Ovidio entrava nel cinquantesimo di sua vita, egli fu esiliato. Ma è cosa troppo mal sicura il fondare calcoli astronomici su’ versi de’ poeti. In primo luogo non è abbastanza certo che il consolato d’irzio e di Pansa cadesse nel 711, e l’opinione ora più ricevuta lo stabilisce nel 710. In oltre si lia egli a credere, e ci può egli assicurare il P. Bonin che Ovidio vedesse veramente Venere allora, quando altro certo dovei a avere pel capo che osservare i pianeti? A me sembra anzi probabile ch’egli parli a quel luogo secondo il costume de’ poeti, che di qualunque giorno essi parlino, il fanno o torbido, o sereno, non com’esso fu veramente, ma come la fantasia o il capriccio lor suggeriscono, e come al loro argomento torna più opportuno. Conchiudiam dunque che certamente Ovidio fu esiliato verso l’anno 760 di Roma, e in età di presso a cinquantanni, ma che non abbiam quanto basta a determinare l’anno precisamente. XXXI Così potessimo a un di presso determinar la cagione di questo esilio. Ma qui è appunto ove incontrasi la maggiore difficoltà. Ovidio ne parla sempre in aria misteriosa ed oscura, a guisa d’uomo che vorrebbe pur, ma non osa, chiaramente spiegarsi. Ni un autore a lui coetaneo, o posteriore di poco ne fa menzione; e il primo ch’io sappia che abbiane qualche cosa accennato, è Sidonio Apollinare, autore del quinto secolo, di cui più sotto diremo, e troppo perciò lontano dall’età di Ovidio , per poterci ciecamente affidare alla sua