Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo I, Classici italiani, 1822, I.djvu/389

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3ÌO PARTE TERZA cit quod sibi modo visum, et a suis comitibus commissum suadere conati ir (p. 257). Vuole dunque il Masson che reo veramente di delitto commesso con Giulia fosse Ovidio; ma che volesse persuadere ad Augusto che il delitto era di altri, e ch’egli non ne era stato che semplice spettatore. Non so quali prove egli arrechi di questo suo sentimento. Ma a me certamente non par probabile. Lasciando stare altre riflessioni che dalle cose finor disputate nascono naturalmente, come mai poteva Ovidio lusingarsi, se veramente era reo, di persuadere ad Augusto ch’era innocente? Come esser certo che Giulia non avesse ella medesima rivelato il complice del suo misfatto? E non era anzi questo un irritar maggiormente lo sdegno di Augusto? A me dunque non sembra che abbia questa opinione maggior forza delle altre che di sopra si son confutate. XL11. Rimane a dir qualche cosa intorno alla , durata dell’esilio di Ovidio. Il Bay le, che quando 1 entra in cronologiche discussioni pare non sappia uscirne pel piacer che vi prova, ha di ciò parlato assai lungamente. Io me ne spedirò in breve, accennando solo ciò che vi ha di certo. Ovidio fu mandato in esilio circa l’anno 760, come si è detto; e il luogo di esso fu Tomi nella Scizia presso il Ponto Eusino ossia Mar Nero, e, per quanto sembra, vicino all’imboccatura del Danubio. Scrive egli un’elegia (l. 4 de Ponto, el. 9) a un certo Grecino che dovea entrar quanto prima nel consolato, e con lui ancor si rallegra che avrà Flacco suo fratello per successore. Or questi non sono altri che