Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo I, Classici italiani, 1822, I.djvu/388

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LIBRO TERZO 33() gli richiamava al pensiero il disonore di sua famiglia, sì ancora per assicurarsi che Ovidio non divolgasse il fatto. E questo io penso che fosse veramente il motivo per cui Augusto usò di qualche clemenza con Ovidio, adoperando, come si è detto, il termine men rigoroso di rilegazione anzi che quello di esilio, e lasciandoli il godimento di tutti i suoi beni. Augusto non avrebbe certamente, a mio parere, così operato, se reo di grave delitto con Giulia fosse stato Ovidio. Ma egli altro non volle che allontanare quanto più poteva da Roma chi era consapevole di tal delitto; e perciò gli permise di goder de’ suoi beni, perchè il timore di perdere questi ancora il rendesse cauto a tacere ciò che Augusto voleva sepolto in eterno silenzio. A me non pare che contro questa opinione si possa fare alcuna grave difficoltà. Nondimeno io non fo che proporla, e soggettarla all’esame degli eruditi, pronto a mutar parere quando essi o la mostrino mal fondata, o un’altra miglior ne propongano. XLI. Io avea scritto fin qui, quando mi sono abbattuto a vedere nell’opera di Gian Niccolò Funcio De virilii aetate latinae linguae accennato il sentimento che sulla cagione dell’esilio di Ovidio ha proposto l’erudito ed esatto scrittore Giovanni Masson nella Vita di questo poeta da lui pubblicata in Amsterdam l’anno 1708. Non mi è stato possibile il vedere, come avrei bramato, questa Vita; ma ecco ciò che il Funcio ne dice su questo argomento. Joannes Masson vir cl. crimen dicit fuisse Juliae Augusti neptis, cujus Ovidius fuerit quidem reus factus,