Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo I, Classici italiani, 1822, I.djvu/387

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338 VAKTE terza mista di errore e di timore: di errore, perchè lasciossi spingere a penetrare più oltre che non convenivagli; di timore, perchè non ebbe coraggio di scoprir la cosa ad Augusto; il che se avesse egli fatto, forse ne avrebbe ottenuto il perdono. Laddove avendone Augusto saputo altronde, e avendo pur risaputo che Ovidio era stato spettator del delitto, si volle toglier dinanzi un uomo che aveva ardito di essere testimonio dell’infamia di sua nipote, e da cui poteva temere ch’essa non venisse un dì pubblicata. Confessa finalmente Ovidio di aver meritato lo sdegno di Augusto, il che è chiaro nella nostra opinione; e che la pena avutane era ancora minor del suo fallo; perciocchè in fatti pel gl ande sdegno che tali cose destavano nel cuor di Augusto, Ovidio avea ragion di temere che nol togliesse ancora di vita. XL. (Così a me pare che ogni cosa si spieghi proli allibii ente. La confusione che Augusto avea provata negli anni addietro per le disonestà della figlia, e l’orrore che sentiva nell’essere così infamato da’ suoi, tutto se gli riaccese in seno quando riseppe che la nipote ancora erasi macchiata di sì reo delitto; e che Ovidio avea ardita di penetrare colà ove esso si era commesso, e di esserne spettatore. Quindi per non soggiacere di nuovo a quella vergogna che le disonestà della figlia aveangli cagionato, rilegata subito la nipote, e tolto verisimilmente di mezzo il complice del delitto, volle ancora che rilegato fosse colui che solo rimaneva consapevole dell’infame segreto, sì per non avere innanzi agli occhi un oggetto che di continuo