Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo I, Classici italiani, 1822, I.djvu/391

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34^ l’AUTE CEREA possa paragonare. Quando egli narra o descrive alcuna cosa, pare che l’abbia sotto degli occhi: e qual egli la vede, tale la rappresenta a chi legge, sicchè sembri a lui pure di averla presente allo sguardo. Qual narrazione più bella, più tenera, più passionata di quella del volo d’Icaro e di Dedalo, della morte di Piramo o di Tisbe, della cena di Filomene e di Baucide, e di tante altre che frequentemente s’incontrano ne’ libri delle Metamorfosi! Qual affetto, qual grazia non si trova in molta delle lettere da lui chiamate Eroidi! E han ben saputo giovarsene i moderni poeti, e f Ariosto singolarmente, il (quale nell’incomparabil racconto di Olimpia e di Bireno tante cose ha imitate dalla lettera di Arianna a Teseo presso Ovidio, che non sol la sostanza del fatto, ma i sentimenti ancora ne ha in più luoghi espressi felicemente. Qual copia di vaghe e leggiadrissime immagini ci offre egli ad ogni passo in tutte le poesie! Due difetti però si oppongono con ragione ad Ovidio; la poca coltura nella espressione e il soverchio raffinamento; difetti cagionati amendue dalla stessa sua non ordinaria felicità d’ingegno. Questa gli apre sempre innanzi agli occhi nuove immagini; egli si affretta a dipingerle; e il primo colore, per così dire, che gli viene alle mani, quello egli usa ad ornarle. La facilità maravigliosa di verseggiare fa che, non trovando giammai ostacolo alcuno, ei non si fermi a dubitare quale tra le molte espressioni sia la più colla, e qual vogliasi preferire alle altre. Quella è per lui la migliore che il lascia più presto avanzarsi nel suo rapido corso.