Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo I, Classici italiani, 1822, I.djvu/392

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LIBRO TF.RZO 343 Confessa egli medesimo di essere insofferente della lima: Saepe pi gel (quid enim dubitem tibi vera fateri?) Corrigere, et longi ferre laboris opus. L. 3 de Ponto, el. 9. Questa stessa felicità d’ingegno gli scuopre i diversi rapporti che tra loro hanno le cose di cui ragiona, i molteplici aspetti in cui si possono rappresentare, i più vaghi ornamenti di cui possono rivestirsi. Egli si abbandona al suo ingegno, ne siegue i voli, e per seguirgli abbandona talvolta la via che la natura gli addita. In somma Ovidio sarebbe a mio parere il miglior tra’ poeti se, come saggiamente avvertì Quintiliano, egli aws.se voluto moderare anzichè secondare il suo ingegno (Instit. Orat l.10, c. 1). Piacemi in ultimo di recare a questo luogo un grazioso pensiero del co. Algarotti intorno allo stile di Ovidio, il quale però sembrerà per avventura a molti un poetico scherzo anzi che una seria riflessione. Comunque sia, egli afferma che il poetare d’Ovidio ha molta somiglianza col poetare de’ Francesi: Riunir cose in un sentimento il più che si possa lontane, rallegrar l’espressioni con una graziosa antitesi, e rilevare in chichessia quello che vi ha di maraviglioso, in ciò consistono, se non erro , le qualità principali d Ilo spirito de’ Francesi. Di una simile tempra è lo spirito di Ovidio, talmente che pare che di tutti gli antichi poeti egli fosse quello che meno degli altri a ’rehhe l’aria forestiera alle T1allerte e a Versagli a. Tanto più cher oltre alle sopraddette qualità•