Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo I, Classici italiani, 1822, I.djvu/416

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LIBRO TERZO 36“! Cicerone, come nel Capo antecedente si è detto, ci ha lasciato della romana eloquenza nel suo libro de’ celebri Oratori, fa che non mi sia qui necessario il distendermi a.lungo. Tutti gli oratori che in Roma ebbero qualche nome, si trovano ivi annoverati; di tutti si forma il carattere, se ne rivelano i pregii, non se ne tacciono i difetti. Così ci fosser rimaste alcune delle migliori loro orazioni; che noi potremmo in esse vedere i principii e i progressi dell’arte oratoria, e i diversi generi d’eloquenza che a’ diversi tempi usati furono in Roma, Io accennerò solamente alcuni di quelli che con maggiori encomii celebrati vengono da Cicerone. Ù. I due famosi tribuni della plebe Tiberio e Caio Gracchi sono da lui nominati tra’ più valenti oratori. E certo il poter ch’essi ebbero presso la plebe, n’è una troppo chiara riprova. Del primo, come pure di C. Carbone, dice Tullio (De cl. Orat. n. 27), che se il loro animo nel ben governar la Repubblica fosse stato uguale all’arte loro oratoria, niuno avrebbeli superati in onore e in fama. Ma poco tempo ebbe Tiberio Gracco a far pompa della sua eloquenza, ucciso l’anno 620 di Roma per sospetto di affettata tirannia. Del secondo de’ Gracchi, che visse fino all’anno 632 in cui fu ucciso egli pure in una popolar sedizione, grande è l’elogio che fa Tullio, il quale uomo il chiama (ib. n. 33) di rarissimo ingegno e di grande e continuo studio; e aggiugne che niuno ebbe maggior copia ed eloquenza di favellare; che grande danno ebbe la romana letteratura dalla sua morte; che forse niuno avrebbe potuto a