Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo I, Classici italiani, 1822, I.djvu/499

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45o PARTE TERZA appoggiato a monumenti sicuri e a probabili fondamenti. XIII. Nè io voglio perciò sostenere che esente ! d’ogni macchia sia Livio. In alcuni errori egli è certamente caduto. E quale storico vi è stato mai che si possa vantare di non avere mai inciampato? Pare ancora che talvolta esalti di troppo le grandezze e le imprese de’ suoi, e deprima e abbassi le altrui; difetto che suol esser proprio di coloro che le cose della lor patria scrivono, o del loro impero. Viene inoltre tacciato, e non senza ragione, di qualche ingratitudine verso Polibio, da cui avendo egli preso moltissimo, pure non ne fa che poche volte menzione, ed è alquanto parco in lodarlo. Ma di questi ed altri difetti attribuiti a Livio veggasi il Vossio (De Hist lat. l. 1, c. 19), e più ancora il Crevier nella bella erudita sua prefazione premessa all’edizione ch’egli ha fatta di questo storico. E certo si è che Livio, comunque non sia senza difetti, viene meritevolmente considerato come uno de’ migliori autori, e de’ più perfetti modelli che a scrittore di storia si possan proporre. Ancor quando viveva, egli fu in tale stima che, come narra Plinio il Giovane (l. 1, epist. 3), uno Spagnuolo venne fin da (Cadice a Roma unicamente per veder Livio, e vedutolo, senza curarsi d’altro, fe’ ritorno alla patria. In grande stima lo ebbe anche Augusto; e benchè Livio liberamente scrivesse ciò che sentiva intorno alle ultime guerre civili, e favorevole si mostrasse al partito di Pompeo, egli chiamavalo bensì scherzando col nome di Pompeiano, ma non perciò