Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo I, Classici italiani, 1822, I.djvu/498

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1IDR0 TERZO 4^9 attribuisce Livio, sono pur condannate da alcuni, come da lui immaginate e composte sul verisimile solamente, e non sul vero. Ma se Livio è degno per esse di riprensione, egli può consolarsi che questo difetto gli sia comune con tutti gli altri più accreditati scrittori antichi; e noi pure di questo difetto medesimo possiam compiacerci; perciocchè per esso abbiamo tante orazioni piene di forza e d’eloquenza maravigliosa, e che posson essere perfetto modello a tali componimenti. Nè punto miglior fondamento ha un’altra accusa che veggo farsi a Livio da alcuni, cioè ch’ei non accenni gli autori da’ quali ha tratti i racconti ch’egli inserisce nella sua Storia. A ciò si risponde comunemente e con ragione, che questo era lo stile degli antichi scrittori, e solo in questi ultimi secoli si è introdotto da’ più esatti storici il costume di allegare di mano in mano le autorità e i monumenti a cui le lor narrazioni sono appoggiate. Ma a me sembra che Livio possa ancor meglio esser difeso. Perciocchè egli veramente assai di spesso cita gli autori, o i documenti onde egli trae le cose che ne racconta. Il Fabricio (t. 1, p. i c>3, edit. Ven.) annovera i luoghi in cui Livio cita le testimonianze di Fabio Pittore, di Valerio d’Anzio, di Licinio Macro, di Quinto Tuberone, di Polibio; e più altri ancora se ne potrebbono addurre. Spesse volte egli nota la discordanza degli storici, spesso si duole della mancanza de’ monumenti necessarii a provare la verità di alcun fatto; e si mostra in somma storico esatto, che scrive, quanto più gli è possibile, TjRAiioscni, Voi I 29