Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo I, Classici italiani, 1822, I.djvu/501

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452 PARTE TERZA Tali sono coloro che ci assicurano essere sì gran tesoro nell’Arabia (V. Conring. Antiq. Acad. Suppl. 19); a’ quali si può aggiungere ancora Paolo Giovio che dice (In Descript. Hebridum) trovarsi esso in una delle isole Ebridi all’occidente della Scozia, portatovi per avventura da Fregusio regolo degli Scozzesi, quando insieme con Alarico re de’ Goti, dato il sacco a Roma, seco ne riportò le migliori spoglie5 e che gli Scozzesi avendol di fresco scoperto, l’aveano offerto a Francesco I, re di Francia. Può egli un uom saggio pensar vegliando, e scrivere seriamente tal cose? Più verisimile potrebbe parere il racconto che da una Cronaca manoscritta di Brema ha fatto il Morhofio (De Livii Patavini taf e, c. 1), nella quale si legge questo racconto: IS anno i52i morì Martino Gronning di Brema, cantore di quel Capitolo e uomo dottissimo, il quale era stato pubblico prof- del Collegio della Sapienza in Roma. Aveva egli le Decadi e i libri smarriti di T. Livio scritti a mano, i quali aveva ei ritrovare di un preteso codice di tutta intera la Storia di Livio, è quella che ne fa Poggio fiorentino, il quale scrìvendo al march. Leonello d: liste, gli narra che un certo iNiccolò, venuto da quelle parli, gli avea con giuramento affermato che in un monastero dell’Ordine Cisterciense nella Dacia avea egli stesso veduti tre gran tomi, ne’ quali in caratteri longobardi misti di alcuni gotici leggevansi tutte le dieci Decadi di questo storico. L Poggio sembra prestar fede a un tal racconto, e mollo più che ciò da un altro ancora era stato affermato (Posi. lib. de Variet. Fortun. ep. 3o). Ma anche questo sì raro codice ha avuta la stessa sorte degli altri.