Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo I, Classici italiani, 1822, I.djvu/528

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LIBRO TERZO 479 Cicerone, eli’egli ebbe lume a conoscer que’ dogmi che dalla ragione ci vengono insegnali, e c[,c; se ne’ suoi libri sembra talor dubitarne, ciò non fu perchè veramente ne dubitasse, ma o perchè non voleva, secondo il costume della sua setta, troppo chiaramente spiegarsi, o perchè si adattava alle persone a cui volgeva il discorso, o perchè finalmente le tenebre del Gentilesimo, fra le quali era involto, e le passioni sue stesse talvolta lo ingombravan per modo. che quel lume ancora in lui oscuravano, che soleva comunemente risplendergli alla mente. Veggasi su questo proposito una bella dissertazione dell’Oetellio (in Actis Academ. Elect. Mogunt Voi. 77, pag. 458, ec.), in cui prova quanto giustamente sentissero Cicerone e Platone intorno l’immortalità dell’anima, e confuta le ragioni dell’inglese "Warburton che di questi due valentuomini avea fatti due Atei. E veggansi ancora i più recenti apologisti della religione, i quali trattando di questo argomento medesimo hanno ribattuto il sentimento di alcuni moderni filosofi, e particolarmente degli Enciclopedisti, i quali (art « Ame ») hanno affermato che quasi tutti gli antichi filosofi, e nominatamente Cicerone, negarono che l’anima fosse immortale. X. Per ciò che appartiene alla morale di Cicerone, che egli espresse singolarmente ne’ suoi libri degli Ufficii, so che da alcuni ella è stata censurata severamente. Il P. Buffier, tra gli altri, nel suo trattato della Società Civile molte cose ha trovato a riprendere in questi libri, e quanto al metodo che in essi tien Cicerone,