Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo I, Classici italiani, 1822, I.djvu/538

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LIBRO TERZO /j^9 pjj maxime suppoenitebat, quod intelligebam nullam opem afflictis illius rebus nos amplius ferre posse, quemadmodum parens noster Ferdinando regi illius patri fecerat, cum principum et primorum conjuratione omni propemodum regno spoliatus esset. O spectaculum illud non modo hominibus, sed parietibus etiam ipsis et feris, luctuosum! Cedere e Regno Italico regem italum, atque adeo conservatorem illus; manere exteras gentes, quae popularentur agros, vexarent urbes, non ad spem constituendi stabiliendique imperii, quod tenere non poterant, sed ad praesentem pastum mendicitatis suae. XVI. Ribattute così le accuse date all’Alcionio dal Manuzio e dal Giovio, rimane a dir qualche cosa di alcuni autori francesi che hanno voluto essi pure entrare in questo argomento. Uno è il famoso storico, o anzi, come gli stessi Francesi il chiamano, Romanziere Varillas. Questi in un frammento della Vita di Luigi XI, stampato verso l’anno 1685, avea francamente asserito che il Filelfo (il cui nome ancora avea egli malconcio, chiamandolo Philosophe) avea soppressi i libri di Cicerone de Gloria per inserirli nelle sue opere, ed avea citato il testimonio del Giovio. Nelle Novelle della Repubblica delle Lettere (an. 1685, juin. p. 604), dandosi l’estratto di questo frammento, si avvertì che il Giovio non avea mai scritta tal cosa. Quindi negli Anecdoti di Firenze, stampati l’an 1687, il Varillas attribuì tal furto all’Alcionio, da lui trasformato in Algionus (p. 168), aggiugnendo di più un solenne errore, cioè che questi avea composto il suo libro dell’Esilio