Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo I, Classici italiani, 1822, I.djvu/544

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LIBRO TERZO 4*)5 pi Nigidio parla Cicerone con somma lode in una lettera a lui scritta (l. 4 Famil. ep. 13); Uni omnium doctissimo et sanctissimo, et maxima quondam gratia, et mihi certe amicissimo. Ma nelle lodi di Nigidio maggiormente ancor si diffonde nell’esordio da lui premesso al Timeo di Platone, ch’egli recò in latino, ove così ne ragiona: Molte cose ne’ nostri libri accademici abbiamo noi scritto de’ fisici (che qui si prendono per astrologi), e molto disputato ne abbiamo con Publio Nigidio, secondo il costume e il metodo di Carneade. Perciocchè egli fu uomo in tutte le belle arti che di ingenuo cittadino son degne, erudito, e singolarmente ingegnoso e diligente ricercatore di quelle cose che sembrano più ascose nella natura. Ed io penso che dopo que’ celebri Pittagorei, la cui setta fiorita già per alcuni secoli in Italia ed in Sicilia, ora è come svanita, fosse questi il primo che la rinnovasse. Nè con minor lode ne parla Aulo Gellio, il quale chiama Nigidio uomo eccellente nello studio delle bell’arti (l. 10, c. 11; e l. 11, c. 11), e uno de’ sostegni della multiplice erudizione e delle scienze che vissero al tempo di Cicerone (l. 19, c. 14)• XIX. Questi elogi ci conducono agevolmente a un’alta stima del saper di Nigidio. Ma, se io debbo sinceramente dire ciò che ne sento, in questo sapere a me pare che molto vi avesse dell’impostura. Affettava Nigidio una cotal sua maniera di favellare sottile, misteriosa ed oscura, quale spesso si usa da chi dicendo cose da nulla vuol nondimeno sembrare di dir cose grandi. Ne abbiamo un testimonio in Gellio,