Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo I, Classici italiani, 1822, I.djvu/577

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J20 PARTE TERRA arricchirsi in essa quanto avrebbe voluto, abbandonata la scuola, si diè all’esercizio della medicina. Convien dire che ciò accadesse poco dopo la metà del settimo secolo, perciocché 1 orator Crasso, il quale morì l’anno 662 dice presso Cicerone (De Orat. l. 1, ^ avuto Asclepiade e a medico e ad amico e ch’egli superava in eloquenza gli altri medici di quel tempo (a). E nondimeno non aveva egli fatto studio alcuno di medicina; ma giovandosi della sua naturale facondia, e di una cotal aria di sicurezza, o a meglio dir d’impostura, prese a contradire a tutte le leggi da Ippocrate e da’ migliori medici finallora prescritte, e un nuovo metodo introdusse, pretendendo di ridurre la medicina a’ suoi veri principii, i quali, secondo lui, consistevano in risanare gli infermi sicuramente e prontamente e piacevolmente. I suoi più usati rimedii erano l’astinenza dal (a) M. Goulin non ha avvertito che il passo di Cicerone, in cui ragiona d’Asclepiade, è posto in bocca di Crasso il quale, essendo morto ueU’anno di Roma 662, parlando di Asclepiade come d’uom già defunto: A sciepiades, quo nos medico tirnicoque usi surnus, lune cum eloquenza vincehat ceteros mcdicos, ec. , ci mostra con ciò eh" ei gli era premorto. Quindi credendo il suddetto scrittore che di Cicerone fossero quelle parole , e osservando che 1’opera de Oratore lii da lui scritta l’anno di Roma tìqb, ne ha inferito che solo alcuni anni prima fosse morto Asclepiade (Méta, pour servir à l’Tnst. de la Medie, an. 1770, p- 224); dal qual primo calcolo non giustamente stabilito e poi venuto che anche nel fissare 1’età di Temisoue e degli altri medici venuti appresso ei non sia stato molto esatto.