Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo I, Classici italiani, 1822, I.djvu/581

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^2 IV PART* terza rimedn. Dice in un luogo (l. ip. r. tìi ch’e«ll fu da Musa sanato coll’uso delle lattuche, mentre un altro medico durava eh’ ci sarebbe morto E altrove narra (l 29 c. ,, che esseildo Augusto condotto a tal segno che ornai sene disperava, punto non giovando i bagni e i fomenti caldi finallora usati, Musa vi sustituì i freddi, e sanollo. Di queste guarigioni d1 Augusto per opera di Antonio Musa fa menzione ancora Svetonio (in Aug. c. 5p e e a,r_ giugne che tale fu il trasporto e l’allegrezza de’ Romani per ciò, che a comuni spese fu innalzata una statua a Musa, e posta a fianco a quella di Esculapio. Dione ancora ne parla (loc. cit.). Egli però non fa motto di statua, ma solo di gran quantità di denaro datagli dal senato, e dell’anello d’oro che gli fu permesso di usare. La gratitudine di Augusto e del senato romano non si estese solo ad Antonio Musa, ma per riguardo di lui a tutti gli altri medici ancora. Avea già Giulio Cesare conceduto a’ medici il diritto della cittadinanza (Svet in Jul. c. 43), e il privilegio medesimo fu loro in questa occasion confermato (Dio. l. c.). Di Antonio Musa fa menzione anche Orazio, e rammenta che vietatigli i caldi bagni di Baia, costringevalo ad usare de’ freddi anche di mezzo verno (l. 1, ep. 15), col qual rimedio credeva Musa di prevenire, o di cacciare qualunque sorta d’infermità; ma non sempre gli venne fatto; che usandone col giovane Marcello nipote d’Augusto, ei ne morì (Dio. l.c.). Francesco Atterbury vescovo di Rochester in un libro stampato in Londra dopo sua morte