Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo I, Classici italiani, 1822, I.djvu/620

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LIBRO TERZO 571, di un certo Istieo, egli d’indole vivace e ardita malmenava assai i fanciulli suoi condiscepoli , ne ebbe da lui il nome di Tirannione. Checchessia di ciò, nella guerra di Lucullo contro di Mitridate fu egli fatto prigione; e condotto schiavo a Roma, fu venduto a Murena, da cui riebbe la libertà (Plut. in Lucullo). Era egli uomo assai erudito; ed ebbe fra gli altri a suo scolaro Quinto nipote di M. Tullio Cicerone, il quale con molta lode ne parla scrivendo a suo fratello (l. 2, ad Qu.frat. ep. 4)Quintus tuus puer optimus eruditur egregie: hoc nunc magis animadverto, quod Tyrannio docet apud nos. Di lui più altre volte ancora egli parla, e sempre con sentimenti di somma stima (l. 12 ad Att. ep. 2 e G; l. 4 > ep. 4, 7, ec.); e vedremo fra poco che di lui singolarmente valevasi per la sua biblioteca. Or questi mise egli pure insieme una biblioteca di ben trenta mila volumi (Suid ib.), e non di soli tre mila, come contro l’autorità di Suida hanno alcuni moderni senza alcun fondamento asserito. Dal che possiamo raccogliere che ben lucrosa seppe Tirannione rendersi la sua dottrina, poichè tante ricchezze adunò, quante a formare sì copiosa biblioteca si richiedevano. Egli è però ad avvertire che il Tirannione raccoglitore di essa, secondo alcuni, è diverso da quello che spesso vien rammentato da Cicerone (V. Bruck. Hist. Phil. t. 2, p. 19, nota. e). Le lor ragioni non mi sembrano convincenti; ma non è del mio argomento l’entrarne alfesame.