Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo I, Classici italiani, 1822, I.djvu/87

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38 parte

sappia quanto in esse fosser versati gli Egiziani. O fosse, come alcuni hanno pensato, l’acutezza del loro ingegno e la positura stessa delle loro provincie; o fosse, come sembra più verisimile, il lungo commercio che ebbero cogli Ebrei, egli è certo che deesi lor questo vanto di essere stati o i primi, o almeno i secondi che allo studio delle più nobili arti si applicassero; e quindi, se dagli Egiziani discendean gli Etruschi, egli è verisimile che seco ne portassero in Italia l’amor delle scienze. Ma o dagli Egiziani, o da’ Fenicii, come a molti piace piuttosto, o da qualunque altro popolo essi venissero, par certo che cogli Egiziani avessero commercio ed amicizia. Troppo chiare sono le pruove che noi ne abbiamo. Strabone osserva (Geogr. l. 18) che le muraglie de’ tempii egiziani erano messe a vari lavori di scultura in maniera somigliante, egli dice, a quella che presso i più antichi Greci e presso gli Etruschi

    di disprezzo con cui alcuni autori, singolarmente francesi, e anche alcuni spagnuoli (ch’io indicherò all’ab. Lampillas, se mai non li conoscesse) ne hanno scritto. E frutto di questo mio rispetto sarà la moderazione ch’io procurerò di usare all’occasione in queste mie note, nelle quali mi guarderò sempre dal volgere in discredito della nazione ciò ch’io dovrò dire di qualche scrittore particolare. L’unica cosa nella quale ei può rinfacciarmi di aver tacciata generalmente la nazione spagnuola, si è riguardo al cattivo gusto ch’io ho detto che da alcuni di essa fu introdotto in Italia. Ma io ho detto finalmente ciò che da molti altri era già stato detto; nè vi era ragione per cui contro di me ei rivolgesse quell’armi che ad ugual diritto avrebbe potuto rivolgere contro tanti altri i quali ancora han detto assai più che non abbia detto io.