Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo II, Classici italiani, 1823, II.djvu/243

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IV. Valerio ’fa’ Vino: qual sia Pupe ra che t-i ci ha lanciala. 206 LIBRO persuadere ad alcuno (V. Fab. Bibl. lat. l. 2, c. 2). Più ardito è il parere di Francesco Asolano che vorrebbe farci credere interamente supposta la Storia di Patercolo (praef. ad Liv. eciit, ald); ma egli ancora non ha avuti seguaci della sua opinione. Nè è già che Patercolo abbia uno stile di cui non vi possa essere il più soave e il più puro, come troppo facilmente ha affermato Giovanni Bodino (Method. Histor. c. 4)5 ma in lui si vede appunto lo stile di questi tempi conciso e vibrato più del doverej e perciò oscuro non rare volte. Non gli manca enfasi o forza, ma a quando a quando ne abusa; e le sentenze vi sono sparse per entro con quella soverchia liberalità che è comune agli scrittori di questa età. Ma sopra ogni cosa ributta quella servile bassissima adulazione con cui egli parla di Tiberio, e di tutte le persone allora care a Tiberio; difetto che non può perdonarsi a qualunque sia scrittore, cui niuno costringe a dir sempre il vero, ma che non dee abbassarsi a mentire sfacciatamente adulando. IV. Contemporaneo a Patercolo, ma vissuto alquanto più tardi, fu Valerio Massimo. Il celebre Andrea Alciati, appoggiato a un’iscrizione che dice esistere in Milano nella chiesa di S. Simpliciano , afferma (Rer. patr. I. 2) clv ei fu di patria milanese (a); ma se il leggersi in (o) L’iscrizione di Valerio Massimo, che era già in S..Sin pliciano, e si era poscia smarrita, sedesi ora nel portico de’ signori marchesi Talenti di Fiorenza in Milano, e si possou leggere le riflessioni sopra essa fatte dal eh. F. abate D. l’otripeo Casati (Cicereji Kpist. I. 1, p. 81. ee.).