Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo II, Classici italiani, 1823, II.djvu/424

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PRIMO 38^ romani. Or questi chiamato a Roma ebbe ordine da Nerone di Fare un colosso alto centodieci piedi, o, come dice Svetonio (in Ner. c, 31)centoventi5 e il Fece poi collocare innanzi al suo palazzo d’oro. Fu dunque Zenodoro egregio scultore di questi tempi 3 e io non so se altri allora vi Fosse che in quest’arte avesse ottenuta Fama. Anzi il vedere che Fecesi perciò dalle Gallie venir Zenodoro, mostra che Nerone non credeva che Fosse in Roma altro scultore a cui una tal opera si potesse affidare. Ma degne sono d’osservazione le parole che, dopo aver parlato di questo colosso, soggiugne Plinio. E a statua indùavit infortisse fundendi aeris scientiam, cum et Nero largiri aurum argentumque paratus esset, et Zenodorus scientia fingendi caelandique nulli veterum postponeretur. E dopo avere narrato di due tazze di bronzo da lui Formate in modo che nulla si distinguevano da due antiche Fatte per mano di Calamide scultore illustre, conchiude: quantoque major in Zenodoro praestiantia fuit, tanto magis deprehendi aeris obliteratio potest. Che mai ha egli preteso Plinio di dirci con tali parole? Io conFesso sinceramente che non l’intendo. E -evidente eli’ egli afferma che allor si vide esser perita l’arte di fondere il bronzo. Ma come ciò? Non era ella di bronzo la statua di Nerone? Alcuni citati dal Winckelmann (Hist. de l’Art t. 2, p. 291) ne han dubitato, e han creduto ch’essa Fosse di marmo. Ma il contesto di Plinio contradice a ciò troppo apertamente. In questo luogo ei non parla che di lavoro di bronzo; de’ marmi ragiona altrove.