Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo II, Classici italiani, 1823, II.djvu/484

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SECONDO 447 Lgnor divenire il lor numero. Abbiamo veduto, parlando de’ tempi d1 Augusto, che alcuni gramatici e alcuni retori erano talvolta passati al 1 foro a perorare le cause; il che allor rimiravasi come cosa rara ed insolita. Ma questo costume cominciò ad essere assai più frequente, quando mancando gli oratori, la professione de’ quali non era più onorevole nè vantaggiosa | come in addietro, convenne spesso trovare chi I sottentrasse alle lor veci. E a questo tempo singolarmente di cui ora parliamo, io non so se possa additarsi uno che fosse oratore di professione. Erano appunto o gramatici, o più spesso retori, quelli che all’occasione trattavan le cause; e a fare la storia dell1 eloquenza di quest1 età, egli è necessario il raccoglier le notizie di quelli di cui ci vien detto che o furono per arte di ben ragionare illustri e chiari, o l’arte medesima insegnarono ad altri. E in questo ancora converrà che seguiam ciecamente il parere degli antichi scrittori, e che crediamo che alcuni furono eloquenti, perchè essi ce ne fan fede; perciocchè di questo spazio di tempo che nella presente epoca abbiam racchiuso, non ci è rimasta nè orazione nè altro qualunque componimento di autore italiano appartenente a eloquenza. Dico di autore italiano, perciocchè Claudio Mamertino ed Eumenio, di cui abbiamo alcune orazioni e panegirici, appartengono alla storia letteraria delle Gallie, di cui essi furono nativi, nè a noi si spetta il parlarne, se non vogliamo incorrere nel difetto che abbiam ripreso in altri, di usurparci ciò che non è di nostro diritto.