Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo II, Classici italiani, 1823, II.djvu/551

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5 I 4 LIBRO tenne di Diocleziano (in Probo c. 2), c di quella di Tiberio (ib.). II. Questo è ciò solo che noi troviamo a quest’epoca, appartenente alle pubbliche biblioteche. Quanto alle private, io credo certo che molte ve ne fossero in Roma. Ma nelle storie non ne troviamo rammentata alcuna, fuorchè quella del medico Sereno Sammonico, di cui abbiam già parlato, ch’era composta di sessantadue mila volumi, e che dal figlio dello stesso Sammonico fu poi donata al secondo Gordiano. Io non mi sono pure avvenuto nè nelle antiche iscrizioni, nè in alcun monumento, a trovare il nome di talun di coloro che in questo tempo dovettero presiedere alle biblioteche. La scarsezza degli storici che abbiamo di queste età, sarà forse cagione che non possiamo avere altre memorie intorno a questo argomento. Ma io credo ancora che lo sconvolgimento di tutto l’impero e la universale corruzion de’ costumi rendesse poco curanti i Romani come di ogni letteratura, così ancora de’ libri, e che perciò e perissero molte delle antiche biblioteche, e non si pensasse, se non da pochissimi, a formarne altre nuove. « Non ostante però lo scarso numero delle biblioteche, veggiamo che fin d’allora pensavasi a prescrivere il metodo per la scelta de’ libri, affine di non ammassare insieme i buoni co’ malvagi. Perciocchè Suida ci narra che Damofilo vissuto a’ tempi di Marco Aurelio, oltre più altre opere, una ne scrisse intitolata Philobiblos, cioè de’ libri degni di essere acquistati, la quale fu da lui diretta a Lollio Massimo ».