Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo II, Classici italiani, 1823, II.djvu/650

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QUARTO 6 I 3 II. E per cominciare da’ pubblici professori di eloquenza che furono in Roma, noi ne troviamo parecchi de’ quali gli autori loro contemporanei ci dicon gran lodi, talchè noi gli crederemmo quasi rivali di Cesare e di Cicerone. Ma le loro opere che ci sono rimaste, ci fan conoscere doversi detrarre molto da cotai lodi, e ci mostrano che il buon gusto era allora così universalmente corrotto, che grandissimi encomj facevansi di tali scrittori, i quali a’ tempi di Augusto se avessero usato di quello stile e di quel gusto che in essi veggiamo, non sarebbono stati uditi che con disprezzo. Uno di essi è il celebre Mario Vittorino africano, di cui già abbiam veduto di sopra che allor quando Giuliano fece comandamento che i professori cristiani dovessero abbandonare le loro cattedre, egli senz’altro lasciò quella di eloquenza che teneva in Roma. S. Agostino lo esalta con somme lodi (l. 8 Conf. c. 2), e il chiama vecchio dottissimo e versatissimo in tutte le arti liberali, che molti libri de’ filosofi avea letti e esaminati e rischiarati, e alcune opere di Platone singolarmente recate in lingua latina, maestro di tanti nobili senatori, e che per la fama del suo magistero avea meritato e ottenuto l’onor di una statua nel Foro di Traiano. Quindi soggiugne che allora era ancor Vittorino idolatra, e descrive poscia come per opera di S. Simpliciano ei venisse alla Fede, cui dopo aver seguito per alcun tempo occultamente, ne fece poi nella Chiesa pubblica professione. Della stima in cui era presso i Romani Mario Vittorino, e della statua innalzatagli fa n. Professori d’eloquenti in Roma; Mario Vittorino.