Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo III, Classici italiani, 1823, III.djvu/562

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QUARTO 5oi congettura alcuna. Il principio del poema da lui composto sembra prometterci eleganza a que’ tempi non ordinaria: Gesta ducum veterum veteres cecinere poetaej Aggrediar vates novus edere gesta novorum. Dicere fert animus, quo gens Normannica ductu Venerit Italiam, fuerit quae caussa morandi , Quosve secuta duces Latii sit adepta triumphum. Ma poscia cade egli ancora ben tosto nell’usata rozzezza, e pochi versi ci offre che possan leggersi con piacere. Ei nondimeno dovea lusingarsi di esser poeta di qualche pregio, perciocchè al fin del poema volgendosi a Ruggiero figliuol di Roberto , per cui comando avealo scritto, non teme di confrontarsi quasi a Virgilio. Nostra, Rogere, tibi cognoscis carmina scribi: Mente tibi laeta studuit parere poeta. Semper et auctores hilares meruere datores. Tu duce Romano dux dignior Octaviano, Sis mihi, quaeso, boni spes , ut fuit ille Maroni. Questo poema, dopo altre edizioni, è stato inserito dal Muratori nella gran Raccolta degli Scrittori delle cose italiane (t. 5, p. 245). IX. Tre altri poeti di questi tempi medesimi nulla più eleganti, e forse ancora più incolti del precedente, abbiamo nella stessa mentovata raccolta. Il primo è Donizone prete e monaco nel monastero di Canossa nel territorio di Reggio , il quale, vivendo ancora la celebre contessa Matilde, prese a scriverne verseggiando la Vita; e poichè ella morì l’anno 1115, vi aggiunse un capo a raccontarne la morte. Di lui veggasi la prefazione del Muratori, che, come IX. Dnnizotie , 1* Anonimo comasco, e Mosi-di Bergamo; ricerche su quell’ui limo.