Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo III, Classici italiani, 1823, III.djvu/619

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search


558 LIBRO XI. In tal maniera gl’Italiani quasi ad ogni - parte del mondo davano in questi tempi lumi; uose pruove del loro sapere, e giovavano a dissipare le tenebre che l’aveano già da tanti secoli ingombrato. Dobbiam però confessare che i loro studj in questa parte furon più giovevoli alle straniere nazioni che alla comune lor patria; di che voglionsi incolpare i tumulti e gli sconvolgimenti a cui l’Italia era allora soggetta , come nel primo capo di questo libro abbiam osservato; i quali agli uomini amanti delle lettere e dell’arti suggerivano il pensiero di andarsene a ricercare altrove più tranquillo e più opportuno soggiorno. Nondimeno in Italia ancora non fu la filosofia e la matematica interamente dimenticata. Certo in Bologna, prima ancora che lo studio delle leggi vi s’introducesse , era già introdotto quello della filosofia e della matematica, come mostrerem chiaramente , ove trattando della giurisprudenza svolgeremo ciò che appartiene all’origine di quella famosa Università. In Parma ancora doveano cotali studj essere in qualche pregio; perciocché S. Pier Damiano racconta che un certo Ugone cherico di quella chiesa, congiungendo l’ambizione allo studio, erasi provveduto di un astrolabio di fino argento (l. 6, ep. 17), dal che veggiamo che l’astronomia ancora coltivavasi allora, almeno da alcuni. Ma sopra tutti in tali studj si rendettero illustri alcuni monaci casinesi. Quell’Alfano arcivescovo di Salerno primo di questo nome, e già monaco di quel monastero, di cui abbiamo altrove parlato, tra le molte opere da lui composte , e rammentate