Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo IV, Classici italiani, 1823, IV.djvu/262

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SECONDO 24l tradurle in latino; e poichè il lavoro fu compito, invionne copie a’ professori dell’università di Bologna, perchè per mezzo di essi si divolgassero a comune istruzione. Abbiam tuttora la lettera eli’ egli scrisse loro in questa occasione (De Vineis l. 3, c. 67), che è un bell’elogio così della sollecitudine di questo monarca nel fomentare gli studi, come del valore di que’ celebri professori. Di questi parlando, egli dice che a niuno meglio che ad essi doveasi offerire un tal dono, come a chiarissimi alunni della filosofia: Vobis potissime, velut. philosophiae praeclaris alumnis, de quorum pectoribus promptuaria plena fluunt Il Bruckero, troppo docilmente seguendo l’autorità di Giuseppe Scaligero e di Giovanni Saldeno, afferma (Hist. crit. Philos. t. 3, p. 700) che questa versione dell’opere di Aristotele si fece solo sulle versioni arabiche, e pretende che dalle parole stesse di Federigo si raccolga ciò chiaramente; perciocché, ci dice, il testo greco di Aristotele non videsi certamente in Italia prima della metà del secolo xv, quando Costantinopoli fu presa da’ Turchi; e perciò affermandosi da Federigo che le opere di Aristotele e di altri filosofi erano state tradotte parte dal greco, parte dall’arabo, in questa seconda lingua sola è a credere che fosser le copie dell’opera di Aristotele, che ei fece tradurre. Ma ciò che a lui pare certissimo, cioè che sì tardi si avesse tra noi l’original testo greco di questo filosofo, a me par certamente falso; e noi tra poco dovrem recare monumenti chiarissimi a dimostrare che altre versioni ne Tiraboschi, Voi. IV. 16