Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo IV, Classici italiani, 1823, IV.djvu/606

Da Wikisource.
Vai alla navigazione Vai alla ricerca

TERZO 585 deridere que’ dialetti avea composta una canzone dirittamente e perfettamente legata, che cominciava: Una ferina va scopai da Cassoli Cita cita sen gia grande, aina. Ma di lui non ci è rimasta alcun1 altra notizia. Quindi passando Dante a parlare de’ dialetti che si usano da’ Toscani, de’ quali egli ragiona in maniera che ni un crederebbe che ei fosse toscano, dice eli1 essi pretendono, ma contro ogni dritta ragione, che il dialetto loro volgare sia quell’illustre e cortigiano eh’ ci tanto esalta; e che alcuni Toscani perciò han poetato nel volgar loro dialetto, come fu, dice egli (p. 267), Guittone d’Arezzo, il (quale non si diede mai al volgare cortigiano, Buonagiunta da Lucca, Gallo pisano, Mino Mocato senese, Brunetto fiorentino. Di Guittone d’Arezzo parie* remo tra poco; di Brunetto sarà luogo più opportuno a ragionare nel capo quinto di questo libro. Buonagiunta da Lucca è quello stesso Buonagiunta Urbiciani da noi nominato poc1 anzi. Egli ancora fu da Dante veduto nel Purgatorio punito insiem co’ golosi, dal qual vizio convien dire che nol rendesse esente la poesia: Questi (e mostrò col dito) è Buonagiunta, Buonagiunta da Lucca. Purg. c. 24, v. 19. E che tra Dante e questo poeta fosse passata amicizia, si raccoglie da ciò che quegli poco appresso soggiugne: Ma come fa chi guarda e poi fa prezza Più. di’un che (T altro, fe io a quel da Lucca, Che più parea di me aver contezza.