Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo V, parte 2, Classici italiani, 1823, VI.djvu/112

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Gi6 Libilo vita e a’ loro studj; che senza lui sarebbon perite. Egli continuò a vivere almeno fino al 14 04 in cui fu eletto di nuovo a leggere pubblicamente la Commedia di Dante, della qual lettura altrove ragioneremo. I titoli di Eliconio e di Solitario, che, come pruova l’ab. Mehus, gli vengon dati ne’ codici antichi, ci mostrano ch’egli era uomo tutto di lettere, e amante perciò • li solitudine e di riposo. Era stato nondimeno per molti anni cancelliere del Comun di Perugia, come pruova il Manni (l. cit. p. 74)? e g^ si vede perciò ancora dato il titolo di giureconsulto (*). Abbiami più volte avvertito che Domenico di Bandino a Arezzo scrisse egli pure le Vite non dei Fiorentini soltanto, ma di tutti, chiunque fossero, gli uomini celebri per sapere; e che, parlando de’ Fiorentini, usò comunemente l’espressioni medesime del Villani; sicchè, essendo essi vissuti al medesimo tempo, sembra difficile a diffinire a chi si debba la taccia di plagiario. Ma di Domenico ci riserbiamo a parlare nel secol seguente in cui solo egli pubblicò l’immensa sua opera, di cui piccola parte son cotai Vite; e allor mostreremo che è assai probabile che non già il Villani da lui, ma egli anzi dal Villani traesse ciò che intorno a questo argomento ci ha lasciato. (*) Di Filippo Villani abbiamo anche la Vila.scruta in latino del 15. Andrea Scozzese, pubblicata dal P. Caperò (Acta SS, Aug. ad d, 22), la quale potrebbesi emendare coll9 aiuto di un buou codice che se ne conserva ms. nella libreria Nani in Venezia (Codd. J1SS. Bibl. Non. p. 77).