Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo V, parte 2, Classici italiani, 1823, VI.djvu/139

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SECONDO 643 XXIX. Presto però si avvide il Mussato die f alloro poetico non era scudo abbastanza valevole contro i colpi dell* avversa fortuna. In una fiera rotta, che al 6 di settembre di quest’anno 1314 ebbero i Padovani presso i sobborghi di Vicenza da Can Grande, Albertino, mentre valorosamente combatteva, cadutogli sotto il cavallo e balzato a terra e trafitto da undici ferite, gittossi nella fossa sul cui ponte trovavasi, dove, circondato da’ nimici e fatto prigione, fu condotto in città (l. 6, rubr. 2). Can Grande recossi più volte insieme co’ suoi cortigiani a vederlo; e piacevasi di motteggiarlo su ciò che contro di lui avea spesso Albertino detto ad Arrigo; e benchè Albertino gli rispondesse con franchezza maggiore che a un prigioniero non parea convenire , non perciò quegli mostravasene offeso (ib. rubr. 4)* Stabilitasi finalmente la pace nell1 ottobre di quest’anno medesimo, e renduti vicendevolmente i prigionieri (ib. rubr. 10), Albertino ancora fe’ ritorno a Padova; e per tre anni attese verisimilmente a ristorarsi da’ sofferti disagi, e a scriver le cose avvenute dopo la morte di Arrigo. Ma avendo Can Grande nel 1317 occupato Monselice ed altre castella dei Padovani, questi atterriti inviarono alle città di Bologna, di Firenze e di Siena due ambasciadori, uno de’ quali fu Albertino (l. 8, p. 684). Qual fosse l’esito di questa ambasciata, Albertino nol dice, poichè questo tratto di storia o non è stato da lui compito , o ne è smarrita l’estrema parte. Sappiamo solo che 1* anno seguente dovettero i Padovani chieder la pace, e che, avendola