Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo V, parte 2, Classici italiani, 1823, VI.djvu/428

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(pa unno trovasi più, ch’io sappia, codice alcuno. Ben abbiamo una lettera del Petrarca a lui scritta (Famil. l. 7, ep. 14); la quale benché nelle edizioni di Basilea sia indirizzata trentino, nell’originale però, come ci assicura l’ab. Mehus (l. cit.), è indirizzata Scr Bruno de Florcntia ainwo atijuc sno. In essa il Petrarca risponde a una lettera che aveagli scritta Bruno, il quale gli avea insieme mandati alcuni suoi versi, e ne loda altamente T ingegno tanto più ammirabile, dice, quanto è più densa la nube della comune ignoranza fra cui risplende. Nè vuolsi qui tacer di Bandino, padre di Domenico d’Arezzo, tante volte da noi nominato, il figlio , nella sua Fonte di cose memorabili f ci ha lasciata onorevol memoria del suo genitore nei diversi passi che ne ha prodotti l’ab. Mehus (ib. p. 130), ne’ quali lo chiama uomo per F eloquenza e per lo studio delle lettere e delle belle arti famoso, e narra ch’egli nato in Arezzo di padre mercatante, tutto nondimeno si rivolse a’ buoni studj , e che, essendo in essi eccellente, si diè a giovare agli altri col tener pubblica scuola, e ciò, come a me sembra probabile, nella sua patria. Domenico aggiugne che niuno a que’ tempi avea fama d’uomo eloquente al par di Bandino, e ne cita in pruova le lettere che ancora esistevano, scritte in uno stile leggiadro, sentenzioso e grave, e perciò piacevolissime a leggersi; e alcune orazioni ancora clic egli aveaue lette, in cui Bandino parea avere in se stesso raccolte le virtù tutte degli antichi romani oratori. Possiam però credere, a