Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo VI, parte 3, Classici italiani, 1824, IX.djvu/546

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• 7$° n*r.o credere, si possono a questi paragonare. Ed è certo a dolersi che di artefici si valorosi non ci sia rimasta alcun" altra memoria, come pure di tanti altri che furono similmente impiegati in miniare codici, e dei’ quali non sappiamo il nome. XXV. Chiudiamo questo capo e insieme questo volume col ragionar di un gran genio che in tutte le belle arti, e in molte scienze ancora fu esperto e dotto per modo, che pochi a suo tempo gli andaron del pari, dico Leonardo da Vinci. Lungamente di lui ha scritto il Vasari (t. 3, p. 12, ec.), e dopo lui Rafaello du Fresne, che al trattato della pittura dello stesso Leonardo, da lui fatto stampare magnificamente in Parigi l'an 1651, ne ha premessa la Vita. Molte notizie intorno a lui si hanno parimente in più passi delle Lettere pittoriche che verremo opportunamente citando. E finalmente un bell’elogio se ne ha tra quelli degl' illustri Toscani (t. 3, n. 25). E da questo appunto noi apprendiamo ciò che ancor non sapeasi, cioè che Leonardo si dee aggiugnere alla serie degl illustri bastardi; perciocchè, come ivi si afferma sull’autorità de’ monumenti della stessa famiglia di Leonardo che tuttor sussiste in Vinci castello del Valdarno di sotto, ei fu figliuolo naturale di Pietro notaio della Signoria di Firenze, e nacque nel 1452. Fin da’ primi anni comincio a balenare in lui quel vivacissimo ingegno di cui diè poscia sì grandi pruove. Pareva che il disegno lo allettasse sopra ogni cosa; e perciò dal padre fu posto alla scuola di Andrea del Veri-occhio,